Nacque a Brescia il 13 agosto 1913, da Alfredo ed Emma Aderenti, e crebbe in una famiglia borghese e benestante. Rimasta orfana di padre a quattro anni e di madre all’età di sette venne mandata in un collegio diretto dalle suore Orsoline, dove manifestò ben presto una profonda insofferenza per la rigida educazione cattolica.
Uscita dal collegio a 15 anni, fu accolta nella famiglia dello zio (Angelo Carli), socialista e perseguitato politico, che divenne per Elsa “una guida ferma e paterna”, oltre a far maturare in lei una vera e propria coscienza politica. Rompendo con il perbenismo della sua educazione, andando contro il parere della sua famiglia e sfidando la mentalità corrente, aderì, nel 1939, al Partito comunista d’Italia, dedicandosi immediatamente al Soccorso Rosso e svolgendo un’intensa attività politica. Dopo l’8 settembre 1943, contribuì alla formazione dei primi nuclei partigiani e alla fuga dei prigionieri alleati dai campi di concentramento. Mise a disposizione del partito la casa della zia, nel frattempo sfollata, per farne un deposito di armi e di materiale clandestino. Nella primavera del 1944 fu incaricata, con il nome di battaglia di “Piera”, di mantenere i collegamenti tra la delegazione lombarda delle Brigate Garibaldi, il centro zona di Brescia e le formazioni che operavano nell’alte Valle Camonica. In seguito a delazione di un compagno arrestato, nel dicembre 1944, lasciò il bresciano e venne assegnata al comando della delegazione regionale di Piero Vergani (“Fabio”), con il compito di stabilire un collegamento tra le formazioni Garibaldi e Giustizia e Libertà della Valtellina. Nel febbraio del 1945, “Anita” (l’altro suo pseudonimo), venne arrestata e portata al Comando della squadra speciale delle Brigate Nere di Lecco e successivamente alla sede della polizia fascista di Como, dove subì interrogatori estenuanti, percosse e torture che segnarono a vita il suo fisico. Deferita al Tribunale Speciale e condannata a morte, venne trasferita in attesa dell’esecuzione, nel carcere di San Donnino, fino alla sua liberazione il 24 aprile 1945.
Con un viaggio avventuroso, raggiunse Milano, dove riprese immediatamente i collegamenti con il Comando Piazza, vivendo così la gioia della Liberazione. Uno dei suoi primi compiti fu la ricerca delle salme dei partigiani milanesi caduti, collaborando strettamente con il sindaco Antonio Greppi, Marcella Principato, vedova di uno dei martiri di Piazzale Loreto, e con altri nella realizzazione del Campo della Gloria al Cimitero Maggiore. Nel 1946, per volontà del Partito, divenne responsabile del settore assistenziale dell’Anpi provinciale di Milano – di cui era fondatore e presidente il marito Agostino “Tino” Casali, figura di primo piano della Resistenza – dedicandosi, in particolare, all’assistenza dei partigiani invalidi e mutilati. Rimase nell’Associazione, di cui entrò a far parte del Comitato direttivo, fino al settembre del 1947. Successivamente, la Federazione milanese del Pci le affidò un incarico di rilievo presso la segreteria del Sindacato Edili, attività che svolse fino al 1951, anno in cui fu proposta a candidata del Comitato direttivo, sebbene “Anita” aspirasse ad un lavoro “più politico, più di Partito” Dal 1952, fece parte della Commissione femminile della Camera del Lavoro di Milano, impegnata in quegli anni sul tema della parità salariale.
Morì nel 1996.
Biografia
Sacobosi Elsa
1913 - 1996
Fondazione Isec, Archivio Pci Federazione milanese, Commissione federale di controllo, Biografie dei militanti, b. 50, fasc. 128, Elsa Sacobosi; A. Cesani, Una piccola grande donna della Resistenza, in “Patria”, 11 febbraio 1996, pp. 39-40.
Roberta Cairoli